La cura è un atto d’amore e “l’amore è dare ciò che non si ha”

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La cura è un atto d’amore e “l’amore è dare ciò che non si ha”

Homo technologicus

Ci troviamo sempre più immersi in un flusso continuo di stimoli, informazioni, input di vario genere la cui velocità vertiginosa ci mette sempre più a rischio di esserne travolti. 

Così i rapporti umani cambiano anche in funzione dei nuovi stili di vita derivanti da una tecnologia mai prima d’ora così pervasiva. 

L’uomo sta diventando sempre più “homo technologicus”, come spiega bene Giuseppe Longo nel suo famoso libro del 2001. 

Sempre più un ibrido tra uomo e macchina, un “simbionte“, cioè un organismo non più in grado di vivere, se non in rapporto con la macchina (telefonino, computer… ecc.)

La macchina diventa un prolungamento di sé e della macchina non si può più fare a meno.

L’uomo “iper connesso“ entra così in una straordinaria rete che lo mette a contatto con altri “iper connessi” cercando, in questo modo, di esistere, di superare il senso di solitudine. 

Spesso tutto ciò è illusorio e il vero rischio è di perdere, in questa rete virtuale, la propria fisicità e la propria singolarità.

Tecnologia e medicina

La tecnologia ha fatto fare altresì passi da gigante alla medicina e alle tecniche diagnostiche e cliniche.

È un supporto indispensabile nella terapia delle più varie patologie. Le macchine, guidate da programmi sempre più raffinati, riescono, se non a sostituire l’intervento umano, a dare un ausilio fondamentale al clinico al fine di raggiungere risultati fino a poco tempo fa impensabili.

Ma quando il “medicus technologicus”  prende il sopravvento

1) La tecnica prevale sulla relazione

2) Il sintomo prevale sulla persona

3) La terapia prevale sulla cura

Essere Medico (e qui uso la maiuscola) non è questo.

È capovolgere le disequazioni su riportate e saper farsi “umano“ e riconoscere per prima cosa la persona, unica e irripetibile, che ha di fronte, è entrare in una profonda relazione con essa, è prendersi cura, avere cura di lei. 

Solo così la tecnologia può diventare uno strumento al nostro servizio e non un “simbionte“ che ci fa sentire incompleti. 

La terapia e la cura

Nessun computer potrà mai sostituire l’essere umano nella relazione.

La relazione è incontro, sguardo, fisicità, emozione.

Per la terapia possono essere indispensabili farmaci, tecnologia, macchine, ma per la cura è imprescindibile l’essere umano.

Molto spesso solo l’essere umano può diventare la vera medicina per un altro essere umano.

La tecnologia integra, ma non sostituisce la centralità della relazione nel processo di cura.

L’importante è essere consapevoli, usare la macchina (io stesso sto cercando di raggiungervi scrivendo un post), senza però diventarne dipendenti.

L’amore

Fatte queste premesse veniamo all’argomento della presente comunicazione: l’amore.

Dopo 40 anni di lavoro, di ricerca, di studio, ma soprattutto di ascolto una cosa ho imparato: non ci può essere vera cura senza amore.

Dante, il sommo poeta, nel descriverne la potenza ne diede la miglior definizione: “l’amor che muove il sole e le altre stelle”

Come vedete non occorre andare in oriente a scomodare guru indiani o medici cinesi per trovare l’essenza della cura.

Ogni momento con il paziente diventa un attimo di intensa intimità, ascolto, rispetto, meraviglia, scoperta.

Egli sarà naturalmente portato a cogliere la bellezza che cela in sé e tutte le sue energie positive che saranno attivate risveglieranno il suo “medico interiore”, la sua potenzialità di ristabilire, in sé e con ciò che lo circonda, l’equilibrio, la cui mancanza è spesso all’origine di molte malattie.

Medico facilitatore

Il Medico può solo facilitare questo processo, ma mai diventarne il protagonista.

In una posizione di attento e rispettoso ascolto e di osservazione attiva metterà in atto, quando occorre, tecniche idonee e coerenti per aiutarlo in questo cammino.

Queso “miracolo” si realizza solo quando si entra in una relazione profonda e si trasforma la cura in un autentico atto d’amore.

Lo spazio della cura diventa così uno spazio vibrante, sospeso, ineffabile e per così dire laicamente mistico, pervaso da laica sacralità.

È una dimensione in cui ci si mette in gioco coraggiosamente, pronti, per riprendere in mano la propria vita, a qualsiasi rivoluzione.

La prudenza e l’amore non sono fatti l’una per l’altro sosteneva La Rochefoucault

La prudence et l’amour ne sont pas faits l’un pour l’autre: à mesure que l’amour croît, la prudence diminue.(François de La Rochefoucauld)

Di più.

Lacan nell’VIII seminario ebbe ad affermare:

L’amore è dare ciò che non si ha, 

e non si può amare se non facendosi non aventi, anche se si ha. 

L’amore come risposta implica il campo del non-avere. 

Dare ciò che si ha, è la festa, non è l’amore

Con José Tolentino Mendonça potremmo sostenere che a prima vista verrebbe da dire che amare è proprio il contrario: investire nel dare all’altro quel che abbiamo, che abbiamo di migliore, anzi, tutto ciò che abbiamo. Tuttavia questo significherebbe, in verità, ancora incatenare l’amore al piano dell’avere, invece di inscriverlo con radicalità, come è nella sua natura, nel territorio dell’essere.

Donare quello che non si ha significa dire all’altro, in modo chiaro, fiducioso ed estremo, la voragine che la sua vita apre dentro di noi. Significa segnalare il suo posto unico e insostituibile scavato nel più profondo del nostro essere.    

Generosità

L’affermazione di Lacan coglie un aspetto fondamentale dell’amore, la generosità. Amare è dare, donare all’altro. 

Ma la cosa più grande che possiamo offrire è un bene che non possediamo, ma che possiamo mettere a disposizione dell’altro; e questo bene è semplicemente la nostra presenza, l’esserci in quanto mancanti dell’altro.

Nessuno è completo senza l’Altro, così, in un’autentica relazione di cura doniamo al paziente la nostra mancanza riconoscendolo essere umano insostituibile ed indispensabile a noi e al mondo.

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